15 agosto 2017

Intolleranze (9): Riflessione

Un dì (quando c'era solo la stampa) si pubblicavano articoli, pezzi, elzeviri, si interveniva, si polemizzava, si discuteva. 
Oggi, ci si faccia caso, sulla stampa e sui suoi succedanei non compaiono che "riflessioni". "Esce oggi una mia riflessione...", "...ho riflettuto sul tema in...", "...ci ha inviato una sua riflessione in proposito...". 
Non c'è più nessuno che scriva e basta, nessuno che scriva, se si vuole, senza riflettere. Tra le persone di autentico talento, così usava una volta. Ci pensino un attimo i due lettori di Apollonio. Pier Paolo Pasolini che chiama un suo pezzo per il Corriere "la mia riflessione": lo vedono possibile? Suvvia! È una virtù perduta, lo scrivere irriflesso. E le sciocchezze (anche violente) che si leggono in quantità non sono effetto di assenza di riflessione ma del suo contrario: di un eccesso di riflessione.
Oggi, non c'è peraltro più nessuno che, quando scrive, non vuole dare a intendere di avere riflettuto. "Perché tieni a dirmelo?", verrebbe da chiedergli, "Temi forse che io sospetti tu non l'abbia fatto?"
Del resto, a rifletterci un momento, l'uso che dilaga non è che un riflesso. Le acque stagnanti di una temperie riflettente (più che riflessiva) rimandano indietro ai suoi protagonisti (di qualsiasi taglia essi siano) le loro immagini riflesse, motivo di compiacimento per il loro narcisismo.

14 agosto 2017

A frusto a frusto (114)





"Senza se e senza ma", capita sovente di sentir raccomandare. Ma, tolti i se e tolti i ma, cosa resta dell'umana libertà?

24 luglio 2017

Cronache dal demo di Colono (56): "La velocità della luce non si decide per alzata di mano"

Il mondo va come deve andare. Sono i numeri, le condizioni fattuali e ineluttabili: non c'è scelta. Lo si sente dire, non da oggi, dagli intelligenti.
"La velocità della luce non si decide per alzata di mano": proprio così. Ed ecco allora equiparate alla velocità della luce (ed è un bel salto) le più disparate dinamiche umane, per le quali invece l'alzata di mano parve un giorno una conquista. Si pretende adesso siano prospettate oggettivamente. Come le relative prassi.
Beh! con qualche rigurgito di infantile velleitarismo (ma anche dopo catastrofi umane, recenti e recentissime, rapidamente dimenticate) ritorna spudoratamente alla luce l'ennesima contraddizione moderna. O forse, l'ennesimo doppio tradimento: che si tratti, eventualmente, di tradimento involontario, non ne diminuisce l'infamia e ne fa solo crescere la ridicolaggine. 
La "scienza" (tra virgolette) stupidamente costituita dai suoi chierici come sede dell'autorità, invece che come fonte del dubbio. E per correlazione, ancora più gravemente, il dubbio lasciato in preda della stupidità di innumerevoli chiacchiere "democratiche" (tra virgolette), perché se ne faccia strame.
Nessuno ricorda che furono altre le (false) promesse: alla democrazia, con modi nuovi, un'autorità affabile; il rigore di un dubbio sempre più accanito, alla scienza.

5 luglio 2017

Linguistica applicata (1): Combinazione e commutazione


Ottenebrati dall'ontologia e dai giudizi assoluti, si fa fatica a capirlo e ancora più fatica ad ammetterlo. Il metodo è tuttavia categorico, in proposito: il valore dei termini di una combinazione viene a galla chiaro (e sovente impietoso) quando, come capita per via di comici o crudi accidenti della vita, tali termini si trovano soggetti a una commutazione.

27 giugno 2017

Cronache dal demo di Colono (55): La scelta si è sciolta

Quando non si sceglie, in genere è semplicemente perché non c'è scelta.
E invece, come prevedibile, un uragano di chiacchiere sulle ragioni della crescente disaffezione alla scelta politica, nei paesi che furono culla moderna della democrazia, in Europa.
Si tira in ballo, in proposito, il solito feticcio americano. A differenza di quelle sorte in Europa con secoli di controverso travaglio, lì si tratta di una compagine politica nata già sul principio con l'idea che i suoi cittadini avessero il diritto di farsi a piacimento i fatti propri, a casa loro e nei vasti dintorni. L'idea era tipica di ricchi proprietari terrieri schiavisti in una terra (all'epoca) infinita. Oggi, anche lì, le cose stanno in maniera diversa di allora. Ma gli (ipocriti) fantasmi della libertà vivono più a lungo degli uomini: altrimenti che fantasmi sarebbero? 
Nella vecchia Europa, con qualche eccezione strettamente individuale, del potere pubblico si è sempre avuta una concezione meno appartata e ha sempre contato la grandezza dei numeri. Grandezza dei numeri che poi, non bisogna mai dimenticarlo, fu anche quella dei numeri di un Mussolini, di un Hitler, di tante repubbliche democratiche: spaventosa, come ha raccontato qualche testimone. 
Ora non ci sono più neppure i numeri, a sostegno delle democrazie europee. E una democrazia cui mancano i numeri, che democrazia è? Che ci fosse da scegliere era nei patti, ma la scelta si è sciolta: si deve concludere che si è sciolto anche il patto.
Urgono aggiornamenti lessicali o, a individuale scelta, la profonda consapevolezza che le parole politiche che continuano a circolare, in primis "democrazia", sono solo formalmente le medesime. Non è d'altra parte la prima volta che succede, ma è sempre la prima perché i modi sono nuovi e diversi.

2 giugno 2017

Trucioli di critica linguistica (25): Marco Mengoni, "nel mentre"

"Senza fare i giganti | e giurarsi per sempre | ma in un modo o in un altro | sperarlo nel mentre": canta Marco Mengoni nella sua "Sai che". E c'è il rischio che Fortunato Zampaglione, il paroliere (deliziosa designazione di un mestiere, sulla quale Apollonio una volta o l'altra spera di tornare), sia stato il primo, nella storia della canzonetta italiana, non tanto a dare spazio alla locuzione "nel mentre", quanto ad assicurarle il rilievo che le conferisce la fine di un verso, in consonanza con "per sempre": significato e significante, si osservi, in quella rigorosa correlazione sintagmatica in cui il rapporto paradigmatico collassa, come voleva Roman Jakobson a proposito della funzione poetica.
Eppure, niente sembra più prosaico e dimesso, oggi, di "nel mentre". La sua storia non è però infame né comincia di recente. E quanto alla lingua della poesia, non è forse un caso che abbia a un certo punto incontrato Giovanni Pascoli. Ma stiano tranquilli i due lettori di Apollonio, non si vuole qui mescidare sacro e profano e a Zampaglione e Mengoni ci si tiene: di altro, poco o nulla si saprebbe dire.
E allora: "per sempre" e "nel mentre" sono due modi di prospettare il tempo, ché di tempo si tratta e, tutta intera, "Sai che", il cui ritmo di base ricorda quello del battito dei secondi, ha il solito conflitto di amore e tempo come tema principale (in linea di massima, a pretendere altro da una canzonetta ben fatta si fa giustamente figura di presuntuosi imbecilli).
La prima prospettiva è illimitata ma inesistente: "per sempre"; l'altra, "nel mentre", deve la sua esistenza precisamente ai suoi limiti: i limiti di "sperarlo", un "per sempre".
E i significati, con il loro sofisticato equilibrio, stanno in funzione di significanti composti, in ciascun caso, da tre sillabe che iterano regolarmente i loro profili di composizione. Chiuse le prime ("per", "nel") e le seconde ("sem", "men"), aperte le terze ma con un attacco composto da un nesso occlusiva-vibrante e, come apice, la medesima vocale ("pre", "tre"). 
Sul profilo vocalico dell'insieme si gioca foneticamente una sottile variatio ("per sèmpre", "nel méntre"), naturalmente dove, per via dell'accento, la differenza si fa pertinente e quindi può incrinare l'uniformità senza distruggerne l'evocazione. Con la vibrante, variata dalla liquida, l'intreccio coinvolge in modo saliente consonanti nasali. 
Sono precisamente i valori consonantici della parola "amore" e chi ascolta con attenzione il testo nella sua interezza vedrà come vibrante e nasali lo marchino profondamente, dal punto di vista sonoro: "e tu resti alla porta | con l'amore che resta". 
Del resto, quanto al conflitto tra amore e tempo, non è detto che l'ineluttabile vittoria del secondo significhi la disfatta del primo, "nel mentre" di una vita:

19 maggio 2017

Lingua loro (37): "...e non sentirli"

"Aspettando il Salone internazionale del Libro di Torino: trent'anni e non sentirli": qualche giorno fa il portale di un importante istituto culturale nazionale ha intitolato così un articolo che annunciava l'evento adesso in corso.  
Impossibile dire a chi, nella prosa gazzettiera, si debba il conio dell'espressione "X anni e non sentirli" per celebrare anniversari di personalità (o di personaggi) della scena pubblica e, conseguentemente, di iniziative, di istituti e di tutto il resto di cui possa farsi prosopopea. 
Certo è invece che l'espressione è piaciuta a tanti. Oggi è un topos. La variabile X è da saturare con un aggettivo numerale cardinale. Non con uno qualsiasi, però. Con un numerale che, in riferimento all'esistenza della persona o della cosa celebrata, dica d'una durata, di una resistenza, di una permanenza rimarchevoli. La coordinazione dei due membri è solo formale. Il suo valore è avversativo-concessivo: 'son tanti ma...', 'malgrado siano tanti...'. 
Nel caso sia adoperata per celebrare esseri umani, senza dirlo esplicitamente, l'espressione lascia dunque intendere di un arco della vita che, in funzione del tema del discorso, si trova nella sua ineluttabile fase discendente; lascia intendere che si tratta di tradizioni percepite o percepibili come vetuste, nel caso di istituti, di manifestazioni e dell'altro che esorbita dall'umano.
Nello spirito commerciale del tempo, è evidentemente questo il caso della fiera torinese. Al compimento del suo terzo decennio di esistenza, essa conta già tra le cose antiche. 

6 maggio 2017

"Oh gran bontà de' cavallieri antiqui!"

New York, Hunter College, 26 febbraio 1955, da Vittorio Ceroni a Bruno Migliorini,  Presidente dell’Accademia della Crusca.
«Onorevole Signor Presidente,
[...] Può codesta Onorevole Accademia autorizzare l’uso della tanto necessaria parola […]? Sarei gratissimo se ricevessi una risposta definitiva. […]».
Risposta di Bruno Migliorini, 9 marzo 1955.
«Preg.mo Professore,
Le rispondo non nella mia qualità di Presidente della Crusca – perché non è compito dell’Accademia autorizzare o non autorizzare i singoli a usare determinate parole – bensì come privata persona […]».


[Il delizioso scorcio è tratto da una pagina qui raggiungibile. Chi volesse vi troverà maggiori dettagli sul tema che suscitò, sotto la penna di Bruno Migliorini, "privata persona", tale espressione di elegante ritrosia. Il mondo come fu e come non è più.]


22 aprile 2017

Linguistica candida (45): "Ma mi, ma mi, ma mi..."

Comincia a percolare anche negli ambienti profani cui Apollonio appartiene la notizia che la ricerca neurolinguistica più avanzata, con i suoi sofisticati strumenti d'indagine, avrebbe ormai a portata di mano il modo di "leggere" le parole che agli esseri umani passano letteralmente per il capo, pur restando prive di manifestazione. Una variante che si dice linguistica e si prospetta come tecnologica, oltre che come scientifica, dell'eterno sogno di leggere nel pensiero, a patto che questo - si afferma - abbia preso nel cervello la forma di parole.
Apollonio non può dire se la notizia sia affidabile. Con un gioco che, come si sa, è sempre molto pericoloso, potrebbe essere bene una di quelle "balle di scienza" (così una benemerita manifestazione pisana di un paio di anni fa) che, da ambienti che appunto si pretendono (e talvolta sono) scientifici, vengono messe in circolazione per spillare quattrini a chi ha potere e danaro ed è tutt'altro che disinteressato e innocente, nei confronti della ricerca. 
Una riflessione è tuttavia già possibile, restando ai margini della questione dell'affidabilità e di altri aspetti della notizia, sui quali, caso mai capitasse, si dirà in altra occasione.
Ad Apollonio è infatti accaduto di leggere che, del risultato scientifico a portata di mano, s'immaginano già le conseguenze pratiche. 
Tra queste, un nuovo modo di praticare professionalmente un interrogatorio per ottenere dall'interrogato informazioni che egli fosse renitente a dare. Insomma, per chiamare le cose con il loro nome, un nuovo metodo di tortura. Più pulito di quelli antichi e consolidati, ovviamente. Niente corda, waterboarding o pestaggio: una banale TAC. E, con la TAC, la possibilità di "leggere" le parole nel cervello, estorcendo così l'informazione.
Un commento sorge tuttavia spontaneo, insieme con un amarissimo sorriso: sarebbe possibile estorcere l'informazione all'interrogato, sempre a condizione che costui la formulasse nel suo intimo sotto forma di parole. Ma, sottoposto all'eventuale prova, a questo punto, chi sarebbe tanto sciocco da farlo? Pensare parole, sarebbe esattamente come proferirle. 
Per sfuggire, di parole, gli basterebbe allora pensarne altre. Per esempio, potrebbe ripetersi interiormente: "Brutti figli di puttana, da me non saprete proprio nulla". Nella TAC del suo cervello, i neo-torturatori, puliti e tecnologici, "leggerebbero" così, papale papale, ciò che ai vetero-torturatori, con pieno merito, capitava e (purtroppo, ancora) capita di sentirsi dire. 
Il successo scientifico sarebbe assicurato e certamente grandioso: c'è da immaginare che la relativa ricerca neurolinguistica ne sarebbe universalmente illustrata e proiettata, perlomeno, verso un premio Nobel. Non ne sarebbero tuttavia felici i neo-torturatori. Della pasta eterna dei torturatori, anche i neo-torturatori finirebbero per adottare, ai loro scopi, i metodi vecchi ed affidabili dei torturatori di ogni tempo. Sarebbero forse ulteriormente incattiviti da un cocente rammarico: aver gettato un sacco di quattrini dalla finestra, per finanziare scientifiche fole.


21 aprile 2017

A "Tempo di libri", la "linguistica" sul mercato, la cosiddetta Legge di Gresham e Aristofane

Compare e ricompare, nelle reti sociali, la foto di un espositore di un'importante casa editrice che, tra i tanti in questi giorni disposti per la manifestazione commerciale "Tempo di libri", si afferma sia consacrato alla "Linguistica". La foto è preziosa testimonianza del tempo che stanno appunto attraversando i libri, quanto alla linguistica, dalla prospettiva del mercato.
Alla sua vista, è impossibile impedire a un aforisma di risalire dal profondo luogo della memoria dove si conservano le parole più rivelatrici. Quei libri rendono tali parole limpidamente presenti alla coscienza e, visto che appunto di faccende commerciali si tratta, proferirle diventa doveroso: "La moneta cattiva scaccia la moneta buona".
L'aforisma condensò, pare, l'esperienza del mondo di Thomas Gresham, mercante e banchiere inglese del Cinquecento: in Francia, Montaigne gli era contemporaneo e, in patria, stava arrivando il tempo di Shakespeare. Lo si ricorda qui, per richiamare, nello spirito dei due lettori di Apollonio, la consapevole maturità culturale di quel tempo, che non era appunto da poco.
In ogni caso, a Gresham il motto è attribuito. Naturalmente, quando è attribuito, perché di norma circola (si potrebbe dire: giustamente) come espressione di un'anonima saggezza, cui le temperie calamitose invitano sempre ad attingere per orientarsi con seria serenità. 
O con sferzante ironia, come, proprio comparando il corso delle monete con temi civili e culturali, fece già Aristofane, ad Atene e tra il quinto e il quarto secolo prima dell'Era cristiana. Un commediografo di un altro tempo culturalmente maturo che molto ante litteram si procurò imperitura fama d'essere politicamente scorretto e oltremodo divertente. 
In una traduzione ottocentesca, ecco in proposito un celebre passaggio delle sue Rane: "Coi probi cittadini parmi che Atene | usi come coi vecchi e nuovi nummi. | Poiché sebbene adulterati quelli | stati non sono, e sien dei nummi i primi | di conio vero e di provato suono, | fra i Barbari non men che fra gli Elleni, | pur valersen non vuol ma bensì adopra | gli altri che bronzo sono, or or coniati, | e di peggiore impronta". 
Che tempi, insomma, quelli di "Tempo di libri" (e forse non solo per la linguistica).

3 aprile 2017

Linguistica candida (44): Discreto e continuum





Val sempre la pena di tentare. Perché dietro un "discreto" non si sa, ma si può star certi che, dietro un "continuum", c'è immancabilmente (per dirlo con l'indispensabile garbo poetico della litote) un crudo difetto d'intelligenza.

26 marzo 2017

Ancora gemiti sulla decadenza (linguistica): "Ma comu ci spèrcia?"

Sopra una delle gazzette settimanali che solitamente agitano sonni e veglie del ceto intellettuale nazionale pare sia comparsa ancora una geremiade sul grave stato in cui, quanto a faccende linguistiche e culturali, versano scuola e società italiane e, con la geremiade, la consueta intemerata, ad additare colpe e responsabili. 
La notizia giunge sulla spiaggia della solitaria Citera di Apollonio, portata dalle onde delle reti sociali né se ne saprebbe dire di più a chi, peraltro, ne è certamente già meglio al corrente. Sia affidabile, la notizia, o non lo sia, poco importa: se non accade oggi, sarà accaduto ieri o accadrà domani. Il genere si è ormai istituito e non gli mancano fertili cultrici e cultori.
Impossibile, in proposito, parlare di metodo. E, d'altra parte, prima che impossibile, inutile. Bisognerebbe infatti che un metodo ci fosse, in un simile reiterato chiacchiericcio. C'è infatti il sospetto esso serva a chi vi si lancia (con il solito pretesto del bene comune e della salvaguardia di valori in pericolo) solo per dare prove di esistenza in vita. 
E ciò anche ove si tratti di gente anagraficamente lontana dal momento in cui un'esigenza del genere può diventare impellente. La vita di cui è qui questione, infatti, è quella dello spirito e il possesso di uno spirito vivente è, come si sa, la dote più millantata nei consorzi umani intellettuali, essendo quella che a tali consorzi dà appunto accesso.
Tolto il metodo, resterebbe il merito. Anche lì, tuttavia, è difficile trovare qualcosa su cui valga la pena tornare. La decadenza (culturale) è, tra i temi umani, uno dei pochi che non decade mai. Lai in proposito non sono mai mancati: di norma, si moltiplicano inoltre in temperie tanto storiche quanto delle vite individuali in cui scarseggiano attività migliori cui dedicarsi; manca cioè quasi ogni altra attività morale e materiale. 
Ne segue che la palette dei possibili accenti si può dire esaurita. Né ci si può attendere rinnovamenti dagli spiriti (la cui vitalità s'è sopra tratteggiata) che, con regolarità, consumano all'uopo il loro inchiostro.
Resta allora solo una domanda, che Apollonio considera la sua definitiva in proposito. Essa riguarda chi, indefessamente e senza ombra di metodo, ripropone un merito tanto trito e s'affanna intorno a una questione così sfacciatamente di lana caprina: "Ma comu ci spèrcia?"
E qui, c'è da credere, qualche parola di spiegazione potrebbe essere utile almeno a uno dei due lettori di Apollonio. Sotto forma di domanda retorica, si tratta infatti di un'espressione quasi formulare. Con essa, in Sicilia, si manifesta (ma anche solo nel proprio foro interiore) una stupefatta constatazione. La ispira a un osservatore di norma disinteressato chi compie atti, ha comportamenti, prende atteggiamenti la cui sensatezza sfugge alla comprensione e che paiono pertanto segnali di una perdita di controllo, di una défaillance, di un calcolo apertamente sbagliato, del poco commendevole cedimento a un impulso: 'come può essergli venuto di fare ciò che sta facendo?', 'come gli è capitato d'avere un uzzolo tanto balordo?'
Ecco: "ma comu spèrcia" ad anziane professoresse in pensione, ad accademici giovani e rampanti, ad attempati luminari di serie discipline scientifiche, ad autorevoli penne di importanti testate giornalistiche, a preoccupati guru del corrente pensiero di massa di stare lì a starnazzare pubblicamente sulle futilità della decadenza linguistica e culturale della nazione? Perché non riservano le loro reciproche parole sul tema ai loro eletti incontri privati?
Perché, con eleganza e sprezzatura, non prendono ispirazione dai grandi esempi di un passato che (come si sa) visse le sue gigantesche decadenze, stando a osservare la rovina del mondo a ciglio asciutto e labbro silente? 
D'altra parte, perché non si adoperano alacremente a lasciare tracce durature e autentiche e operose ed effettive di come sarebbe potuta andare e (per quanto pare a loro) non andrà? Perché riempiono invece i loro fogli preziosi delle bave effimere di fruste lamentele? Di rancorose rivendicazioni? Di impotenti sberleffi?
Insomma, c'è il sospetto che, con tali querulità forse un po' volgari, persino loro non siano che un sintomo (e un sintomo molto loquace) della decadenza culturale di cui, vedendola solo negli altri e dandone solo agli altri la colpa, non smettono un solo momento di lagnarsi.

24 marzo 2017

Ne dites pas à ma mère...

que je suis dans la linguistique... Elle me croit pianiste dans un bordel.

[Apollonio conosce abbastanza il suo stordito alter ego e può dire che egli mai si sarebbe atteso che disciplina e professione, ambedue molto peregrine, alle quali si votò ormai più di quaranta anni fa l'avrebbero condotto, da anziano, a condividere, certo, solo nominalmente, la gloria per la corporazione illustrata dal pezzo raggiungibile con questo link. Apollonio lo sa di conseguenza piuttosto stupefatto dalla circostanza e, a tratti, peritoso. Ma sa anche che, amaro per quanto sia, anche il suo alter ego è incline al sorriso, anzitutto su se stesso. Torna così ad adattare al caso in questione il bel titolo che Jacques Séguéla diede a un suo libro serio e divertente. Negare a ogni costo d'essere un linguista, quando fosse interrogato sul proprio mestiere. Vista la temperie, attribuirsene uno qualsiasi e certamente più onorevole. Ecco cosa bisogna che egli faccia. Se non si è bevuto il cervello, ecco cosa si può stare certi egli farà.]

21 marzo 2017

Commento poetico alla Giornata mondiale della poesia

Non si vuol dire Saffo e neppure Catullo, non Callimaco né Orazio, non Bernart de Ventadorn né Giacomino Pugliese, non Villon né Cavalcanti. Non si vuol dire Garcilaso de la Vega né Tasso. Non si vuol dire Milton né Heine. Non si vuol dire Puškin né Leopardi, non Dickinson né Baudelaire. Non si vuole dire Pascoli né Mallarmé né Rilke né Eliot né Majakovskij né Kavafis e così via. Gente troppo lontana dallo spirito di questo tempo per chiedersi che cosa mai penserebbe (e scriverebbe) se, d'improvviso, questo tempo le si parasse davanti, con le sue comicità.
Da stamane, appreso che oggi è la Giornata mondiale della poesia, Apollonio si chiede però cosa di una simile sesquipedale ridicolaggine direbbe un testimone e un poeta morto tutto sommato solo di recente: Pier Paolo Pasolini.
In pochi decenni, il mondo deve essere proprio cambiato se un impudente qualsiasi, camuffato da organismo internazionale e col séguito di folle innumerevoli, ha potuto decretare, sul finire del secolo scorso, che la poesia ha una sua giornata mondiale. 
Il mondo è cambiato, sì. E con lui devono essere cambiati i poeti (il genere è qui solo il convenzionalmente non-marcato) se, in un'occasione come questa, non indirizzano a chiunque oggi si impanca a celebratore della poesia (fosse anche un sedicente collega) una sonora e poetica pernacchia:

14 marzo 2017

Cronache dal demo di Colono (54): Il paese dei balocchi

"Il videogioco diventa adulto e conquista i quarantenni", dice il titolo di un pezzo giornalistico che compare oggi in rete. Perfetta illustrazione del principio che è la prospettiva a fare la notizia. Se i dati che l'articolo espone sono degni di fede (in proposito, difficile si raccontino bufale), da prospettiva diversa il titolo avrebbe potuto essere benissimo "I quarantenni restano adolescenti e non depongono il videogioco". Ragionevolmente, non lo depongono come non depongono altri comportamenti, altre attitudini, altre turbe di quella fase della vita: l'acume dei suoi lettori rende superfluo che Apollonio si faccia qui rozzamente esplicito, in proposito. 
Seguono, naturalmente, le speculazioni con cui il pezzo continua. Soprattutto segue il racconto delle speculazioni economiche consentite da tale estenuato permanere nell'adolescenza. Ed è autentico, di conseguenza, il tocco fornito dalla paradossale presenza istituzionale della ministra dell'Istruzione alla manifestazione di cui è infine questione. Certo, tale presenza dice anche e ancora una volta di una temperie incapace di tenere distinto il sacro dal profano (non è liquida, del resto, la società d'oggi?). L'insieme disegna (consapevolmente?) il dettaglio di un quadro. E il quadro ha per soggetto il prolungato soggiorno nazionale nel paese dei balocchi. Come tutti i soggiorni del genere, è difficile escludere esso abbia una fine ingloriosa, a volerla dire eufemisticamente.   
Insomma, la realtà supera regolarmente la fantasia, anche quella di un Collodi. Ma, per farsi superare, la fantasia è sempre in largo anticipo e dice per quale aspetto, tra i tanti possibili, la realtà finirà per superarla: di norma, sono gli aspetti più ridicoli.

9 marzo 2017

A frusto a frusto (113)





Moraleggiando, la si chiama ingratitudine. La memoria umana è però limitata e tutto, proprio tutto, come si fa a tenerlo a mente? Interviene quindi salvifico il momento di una selezione. Forse inconsapevole. In ogni caso inappuntabilmente calibrata. 

6 marzo 2017

Cronache dal demo di Colono (53): Il declino dell'italiano

Istat: Italiani più vecchi e in calo: ecco la constatazione che non si trova nelle geremiadi sul declino dell'italiano. Invece vi dovrebbe figurare e come principale. 
Il numero di parlanti italiani la cui espressione è o sarà presto lambita dai guasti dell'età è ormai imponente. E sui cento sotto i quattordici anni, eventualmente sgrammaticati, incombe il peso dei più di centosessanta avviati più o meno rapidamente verso un'espressione senilmente demente.
A confronto, accenti e apostrofi giusti, congiuntivi ineccepibili, impeccabili cascate di subordinate e tutta la panoplia dell'eleganza e del garbo che, tra i giovani, si presumono (e forse sono) perduti sono quisquilie: credano ad Apollonio i suoi due fedeli lettori. 
In funzione di tali quisquilie, capita del resto si diletti a indignarsi (e pour cause) una parte della nazione già in grave sospetto di decrepitezza e, quanto alle cose che contano sul serio, ineluttabilmente la meno determinante. 
Non sarà da essa, infatti, né dai suoi estenuati spiriti che la viva espressione italiana del futuro prenderà la forza e lo slancio per continuare a esistere, se mai li prenderà. 

27 febbraio 2017

L'"io" del primo della classe

C'è un nuovo andazzo nella comunicazione pubblica consacrata ai consumi culturali. Non passa quasi giorno che non trovi occasione per proferirvi "io" un primo della classe. In italiano, del resto, basta un verbo alla prima persona per farlo con l'enfasi ricercata.  
Non passa giorno, in altre parole, che un primo della classe non renda esplicita, fra le tre funzioni dell'enunciazione, la sola che, per definizione, un primo della classe tiene stia al centro dell'attenzione generale.
Incapaci di tenersi a freno, per via della frequenza di ambienti forse familiari e certo scolastici umanamente poco formativi, tali "io" danno quotidiane prove di quanto avesse ragione Carlo Emilio Gadda: "l'io, l'io! ...il più lurido di tutti i pronomi!".   

26 febbraio 2017

Bimbi a oltranza e bimbi di ritorno: lingua e stato della nazione

Seicento professori universitari (e assimilabili), con una lettera aperta cui si continua a fare riferimento sui giornali e altrove, hanno dimostrato equiparabile a una neoscuola primaria l'università: così ha osservato l'alter ego di Apollonio, senza intenzione di ironia, anche quando ha sostenuto di dubitare della consapevolezza di tale dimostrazione in chi l'ha resa, quasi fosse un lapsus.
La dimostrazione ha un corollario. Tutto ciò che, nel sistema dell'istruzione precede l'università, è letteralmente scuola d'infanzia. 
Sotto tale luce, non pochi dei processi che hanno interessato la scuola negli ultimi cinquanta anni ne risultano ben spiegati. Sono infatti riconducibili, come aspetti superficiali, a una circostanza di base: l'infantilizzazione della società italiana. Un'infantilizzazione paradossale e anzitutto morale, vista la sempre minore presenza di veri infanti.
A tale infantilizzazione corrisponde infatti, come processo speculare e solo specularmente opposto, un invecchiamento reale della società. Socialmente, si può ormai parlare di esso come di un rimbambimento nazionale. 
Dall'una come dall'altra prospettiva, insomma, un'assenza di maturità.
Da un lato, gli italiani sono bambini a oltranza: si badi bene, persino nella ricerca di quel consenso, di quell'approvazione che s'accompagna all'eventuale (e sempre più ipotetico) successo personale. Questo è ormai l'ultimo orizzonte che, miserevolmente, la scuola prospetta a chi la frequenta.
Dall'altro, gli italiani sono bambini di ritorno: quei vecchi, cui gli irrequieti e incomprensibili modi di condursi dei bambini a oltranza risultano fastidiosi.
Una maturità mai compiuta o già perduta: ecco lo stato della nazione.
La parossistica attenzione per gli aspetti più esteriori della vita linguistica, tipica di questi anni, è del resto tratto anch'esso bambinesco, nei suoi aspetti ludici, o incartapecorito, in quelli rabbiosi.
Frattanto, l'italiano perde in maturità e nelle cose che contano, soprattutto per l'infantile o decrepita modestia di cosa e di chi vi si esprime.
Sul tema, sarà necessario ritornare, anche perché che si parli e si scriva tanto di lingua non è un buon segno, per la nazione italiana.

14 febbraio 2017

Cronache dal demo di Colono (52): Questione di baffi

A Francesco Gabbani si deve augurare di non essere sommerso e inghiottito dal diluvio di discorsi sostenuti che sta suscitando e, anzitutto, di tenere a galla la sua faccia da italiano impunito e sulla soglia di una maturità personale non si sa se rimandata o appena conseguita. A tale faccia, secondo il parere di Apollonio, egli deve una parte di questo suo successo.
Si tratta d'altra parte di un prodotto tipico nazionale, a lungo poco valorizzato per congiunture sulle quali non è il caso di diffondersi. Ma in proposito è sufficiente si pensi anzitutto al genere, sottolineato dai baffetti, e correlativamente a un'attitudine né moralista né sentimentale. Sono, si osservi, questi ultimi i caratteri che marcavano peraltro tanto le figure quanto le canzoni che, al momento decisivo, gli si sono trovate contrapposte.
Una faccia così mancava da un po' dalla scena della canzonetta italiana (e forse non solo da quella della canzonetta) e, oltre alla predisposizione nativa, a Gabbani servirà molto lavoro per portarla con dignità. In proposito, il peso della tradizione non è infatti ignobile. E, sfuggendo alle volgari chiacchiere intellettuali, in ciò si parrà appunto, se c'è, la sua nobilitate.

8 febbraio 2017

Clima e ricerca della verità

Con maggiore o minore clamore, si sentono riecheggiare le affermazioni di presunta scientificità delle schiere opposte di chi dice prossima e forse già in atto una catastrofe climatica, per via di pratiche umane sconsiderate, e di chi dice sconsiderata la diffusione di una paura del genere.
Ci sono smisurati interessi ad alimentare ambedue i campi, quando fanno sembiante di andare alla ricerca di una verità, in proposito: se non si è ciechi e sordi di spirito, non è difficile accorgersene.
Il caso è esemplare.
La commistione di interessi e ricerca della verità è iscritta nel programma della modernità ed è giunta a una fase che pare parossistica. Nessuno immagina, oggi, come altrimenti si possa fare scienza, si possa cioè mettere in pratica una ricerca della verità. È l'interesse il motore che spinge a cercare la verità ma come si fa a prestar fede a una ricerca della verità determinata dall'interesse? 
Il paradosso è lampante e l'evo che vi si è ficcato, se non finirà perendo nel diluvio universale che una parte prospetta, perché tale diluvio, come dice l'altra parte, non ci sarà, merita d'annegare in un ridicolo che, ci si augura, non sia troppo tragico, visto che sta trascinando con sé la povera umanità.

6 febbraio 2017

Cronache dal demo di Colono (51): L'arte di Toni Servillo, alla sua acme

Dicono sia successo questo: "Toni Servillo sgrida uno spettatore che smanetta al telefono in prima fila: applausi dal pubblico". Apollonio stenta a crederci. Non sarà vero e sono certo i giornali che s'inventano simili sciocchezze, per vellicare le foie ridicolmente forcaiole di un pubblico che aspetta solo un'occasione, anche la più cervellotica, per indignarsi e per osannare chi s'impanca a fustigatore e condanna. 
Fosse successo (ma Apollonio ribadisce: non ci crede), solo un commento sarebbe appropriato.
Farebbe infatti scompisciare che, per attirare sopra di sé un po' di attenzione e per strappare, già fuori scena, un applauso corrivo e moralista, a Toni Servillo fosse venuto fatto di atteggiarsi da caporale nei confronti di uno spettatore, ancora prima dell'inizio del suo spettacolo. Da vero caporale, qui si dice, non solo per onorare la memoria del guitto raffigurato nell'immagine, ma anche per non adoperare la più colorita e meno decente espressione in uso a Napoli e altrove (quella, notissima, che condivide, per esempio, con struggente il nesso consonantico iniziale).
Fosse successo (ma è ipotesi dell'irrealtà: lo si sa che non è possibile e che sono i giornali che inventano bufale), di tale gesto da grande attore sarebbe da conservare imperitura memoria. Sarebbe infatti il punto più alto raggiunto dalla straordinaria carriera di Toni Servillo. Una persona vera, colta proprio nel momento del suo inveramento.

2 febbraio 2017

Parabole (8): Rivoluzione e buona educazione

L'esperienza è comune: nella testa di ciascuno e secondo le sue sensibilità, solo un verso, un distico, un ritornello finiscono talvolta per risuonare come emblematici di una canzone. E di un momento. 
Nella recente e molto accattivante Tutti contro tutti degli Stadio (feat. Vasco Rossi, come si usa scrivere adesso, per dire "con la partecipazione di" - e non si può negare sia più spiccio), hanno un carattere del genere i due versi "bisognerebbe scoppiasse una rivoluzione | o che almeno tornasse la buona educazione", che riscattano un testo corrivamente moraleggiante, nel suo complesso.
Ricorrono sul declinare del pezzo e verso la sua conclusione, immediatamente prima dell'assolo di chitarra che, rockeggiando canonicamente, marca l'acme della composizione. Non è difficile supporre che una collocazione del genere non venga a casaccio e ipotizzare conseguentemente che lì si trovi se non il succo della canzone, perlomeno la prospettiva dalla quale inquadrarla.
La prospettiva ironica di una paradossale contraddizione: il balzo verso il futuro di un cambiamento radicale, pur asserito come necessario, vi si trova combinato, come eventualità subordinata, con un ritorno a un bene passato e in ogni caso augurabile. Insomma, avanti o indietro? Avanti o indietro, come usa adesso, in disgiunzione non-esclusiva. Tutto, tranne il presente, né rivoluzionario (si opina) né ben educato (si osserva).
Per naturale rispecchiamento, i dati anagrafici degli Stadio e di Vasco Rossi dicono del resto in modo inequivocabile quale sia il nocciolo del pubblico cui le loro canzoni si indirizzano né la circostanza è contraddetta dal fatto che questo transeunte Apollonio abbia volentieri prestato in proposito il suo orecchio. Anzi. 
L'Apollonio eterno, ovviamente, lo redarguisce: "Ma di che diavolo vai a occuparti, cretino?". Ha ragione.
Chissà a quanti però l'accostamento di rivoluzione e buona educazione ha rinnovato la memoria di parole che, alcuni decenni fa, avevano criticamente combinato i due concetti e che erano allora ripetute da molti: "...la rivoluzione non è un pranzo di gala, non è una festa letteraria, non è un disegno o un ricamo; non si può fare con tanta eleganza, con tanta serenità e delicatezza, con tanta grazia e cortesia".
Che siano state proferite e soprattutto replicate in modo probo o improbo ha poca importanza. Non è morale, la faccenda, ma teoretica. Alla luce (d'Oriente) di quanto esse asseriscono, infatti, l'assenza di buona educazione è tratto caratteristico di una rivoluzione e non si dà rivoluzione senza che il garbo nei modi non ne risulti sospeso.
Orbene, che la buona educazione manchi è condizione ormai da lungo tempo verificata e quindi perdurante e l'indizio non può che essere loquace, per la formulazione di un'ipotesi. Ai vecchi, forse, pare il contrario, ma una rivoluzione è da gran tempo in atto. Né pare avere soste.
Proprio questo permanente presente potrebbe insomma essere la rivoluzione permanente che s'era augurata di vivere la loro non-permanente gioventù. Non se l'era augurata in questi modi? Ma ha appunto modi, una rivoluzione? E, guardando dal passato, chi può sapere mai quali forme presenti avrà il presente futuro? Restare lucidi, per intenderle quando vengono, è magra consolazione, ma, forse non solo per i vecchi, non se ne intravedono di migliori.

25 gennaio 2017

A frusto a frusto (112)



Il mondo d'oggi è così buffo che potrebbe persino succedere che una neonata associazione degli anacoreti decidesse di istituire una propria assemblea mondiale permanente. 

24 gennaio 2017

A cosa servono, oggi, greco antico e latino?

Greco antico e latino sono inopinatamente venuti di moda, come si sa. Tutti a parlarne, molti a scriverne sui giornali, in rete o, addirittura, a dirne in televisione (e, certo, non in trasmissioni come la gloriosa "L'approdo"). In libreria, correlativamente, alcuni libri. Geniale il greco antico, bello il latino, inutili ambedue ma ovviamente solo per antifrasi e via invece con apologie di norma piuttosto stucchevoli o viete.
A scatenare il modesto temporale, la minaccia di misure che ne rendano ufficiale il ridimensionamento nell'insegnamento. Un ridimensionamento che, c'è da sospettare, è in realtà già operante. Si tratterebbe dunque di una semplice resa o di una sorta di presa d'atto: quei provvedimenti che si assumono quando il mondo ha già provveduto da sé e si fa finta di governare i fenomeni, mentre invece li si sta soltanto rincorrendo, senza naturalmente che lo si possa dire, anche perché - e sta lì il paradosso - tutti lo sanno. Con i buoi già fuori delle stalle, si può stare certi che intervenga presto una norma che, per i buoi, preveda prima la possibilità, quindi l'obbligo assoluto di stare fuori delle stalle.
Del resto, greco antico e latino una loro lampante, se pure modesta utilità, in un'Italia come la presente, stanno dimostrando di averla. Servono appunto a vendere qualche libro e a costruire qualche notorietà, si vedrà quanto durevole, nell'odierno bacino d'utenza della cosiddetta saggistica. Come sanno bene gli editori, si tratta d'elezione di quel ceto docente di cui professoresse e professori di discipline umanistiche costituiscono, da sempre, la punta di diamante e di coloro che sono in atto o sono spiritualmente rimasti sotto l'influenza morale di tale ceto e che sono di conseguenza qualificabili estesamente come discenti.
Per un pubblico del genere e secondo i gusti e le mode del tempo, che tendono inesorabilmente all'elegia, quanto all'estetica, all'edificante, quanto all'etica, e alla chiacchiera, quanto alla teoretica, ecco pronti sui media e sugli scaffali delle librerie i prodotti giusti. Greco antico e latino si sono dunque fatti anch'essi temi effimeri e, considerata la loro persistenza millenaria, è un bel paradosso che illustra meravigliosamente lo stato del mondo presente, la cui cultura si nutre solo di ciò che passa da un setaccio siffatto.
Ed è questa, in conclusione, la saporita e loquace condizione alla luce della quale dire che greco antico e latino siano inutili, sul momento, ma esattamente sul momento, proprio non si può. 

13 gennaio 2017

Linguistica candida (43): Perché non ci si può dire chomskiani

Malamente mascherate da uno stile scientifico, sono sempre state e sono ancora lampanti nella prosa e nella parola di Chomsky una rabbiosa voglia di dimostrare di avere ragione e un'ansia, a tratti spasmodica, di procurarsi proseliti. E più che all'oggetto del suo studio o alla sua osservanza disciplinare, Chomsky continua a mostrare di tenere a se stesso, magnificandosi nella sua teoria, appena può: attitudine espressiva che non è difficile cogliere già nei suoi esordi di arrivista inappagato, per quanto subito realizzato.
Tali caratteri dicono da tempo a chi ha saputo vederli e diranno certamente con chiarezza alle generazioni future che, con il pretesto di una disciplina forse non completamente innocente e piuttosto aggressiva e supponente come è stata, dalla sua nascita, la linguistica, in lui si sono espressi, nella modernità tarda, quindi spirata, un profeta o un agitatore più dell'uomo di scienza che in molti ormai da sessanta anni gli fanno credito d'essere.
E dicono che l'avventurato slancio d'avere appunto avuto, infine, una sola idea (geniale o sciocca, qui poco importa precisare: d'una sola si tratta) ha prevalso in lui sulla scettica ponderazione e sulla zetetica cautela raccomandate da un filo di saggezza a chi, in qualsiasi tipo di ricerca, muove i suoi passi sul ponte sempre incompiuto delle proprie ipotesi e del proprio pensiero.
Come si fa, del resto, a prendere sul serio uno che si è sempre preso tanto sul serio? Uno che si sente un genio e che, come non bastasse, dice di continuo e ai quattro venti di esserlo? Uno di cui, malgrado l'inesorabile avanzare dell'età, non si conoscono un'ironica presa di distanza da se stesso, un "ma forse mi sono sbagliato" o uno "scusate, potrebbe essersi trattato solo di uno scherzo", accompagnati da un clemente sorriso sulle proprie umane e stordite fantasticherie? 

11 gennaio 2017

Conclusione e stupidità: chiosa intempestiva a Gustave Flaubert

Da qualche anno, sempre più spesso accade di leggere scritti con pretese intellettuali le cui premesse sono chiare e, talvolta, anche chiaramente presentate. La circostanza invita a procedere ma si scopre che, a partire da quelle premesse, il discorso vi si fa però via via più confuso e si perde vuoi in un intreccio che non riesce a dipanare, vuoi in un'indeterminatezza, in una nebbia che esso stesso contribuisce a rendere più fitta. Sempre che infine giungano a qualche conclusione e non rimangano sospesi (in tal caso, vale l'artifizio retorico di spacciare come pregio il non sapere dove andare a sbattere la testa), tali scritti vengono così a conclusioni che, per rivendicazione di acuto ossimoro o no, sono palesemente sconclusionate. E ne fanno per giunta pretesto per una presunta migliore presa di coscienza della complessità.
Dal post in un portale culturale all'articolo giornalistico, dal saggio scientifico all'opera letteraria, a scritti siffatti indulgono anche penne reputate. E forse perché incapaci di produrne d'altro genere, danno così il tono alla presente stagione culturale. Non concludere né sapere che pesci pigliare, dopo avere fatto un discorso qualche volta bello e vuoto, più spesso vuoto senza nemmeno essere bello, sembra diventato il modo o il surrogato del modo di passare per intelligenti.
È vero: il 4 settembre 1850, da Damasco, Gustave Flaubert, scrisse al suo ex-compagno di scuola Louis Bouilhet che "la bêtise consiste à vouloir conclure". E Flaubert è un faro della critica alla modernità. Sul tema della stupidità, poi, egli fu maestro, fino al limite di praticarla, la "bêtise", per meglio raccontarla dall'interno. A ciò potrebbe persino alludere quel "Madame Bovary, c'est moi" che gli fu attribuito, senza che si sia certi che l'abbia veramente proferito nella circostanza imbarazzante in cui si racconta l'abbia fatto. Soprattutto, senza che si possa escludere che Madame Bovary vi ricorresse banalmente in quell'ideale corsivo che l'orale, se mai ci fu, non rese appunto perspicuo, per le mille gioie future di interpreti che trovarono così occasione di mostrarsi sottili. 
Con la certa sortita sopra stupidità e conclusione, s'era però appunto nel 1850 e la modernità sotto gli occhi di Flaubert viveva la sua prima fase matura. Giunta frattanto la modernità a un compiuto stato di putrefazione, che è stato il suo modo di concludersi, c'è da chiedersi se Flaubert scriverebbe oggi la medesima cosa. C'è da chiedersi se non dovrebbe egli medesimo giungere a una conclusione.
Insomma e per concludere: a modernità in atto, fu ovviamente "bête" l'attitudine a concludere ma, a modernità conclusa, inequivocabili manifestazioni di "bêtise" sono la rinuncia a concludere o, che è lo stesso, l'incapacità di farlo in modo convincente.

10 gennaio 2017

Principio, legge e corollario di Bauman


Principio di Bauman
Un'idiozia, immersa parzialmente o totalmente in una società liquida, riceve una spinta verticale dal basso verso l'alto pari per intensità al volume delle chiacchiere suscitate.

Legge di Bauman
Una società è tanto più liquida, quanto maggiore è il numero dei suoi membri che si sono bevuti il cervello e lo hanno espulso per la via ordinaria.

Corollario di Bauman
Più una società è liquida, più si è certi sulla natura di chi e di cosa vi verrà a galla.


[La riverita Buonanima consentirà queste scherzose ma innocenti estensioni della bella metafora nella quale la sua opera ha finito per annegare (ohibò!): prova appunto lampante, se altra ne fosse necessaria, dell'intelligente correttezza dell'analisi e convalida della legge del contrappasso. A questo tempo, del resto, non si sfugge e ogni parola critica ne viene regolarmente inglobata e liquefatta. La sola speranza è che salti il tappo e che, come nel gorgo di un lavandino, tutto questo liquido vada verso la fogna, come merita. C'è naturalmente il rischio che trascini ogni cosa con sé. Chi è pensoso, se riesce, provveda dunque alla sua arca e salvi qualche specie (ecco, nella cultura fondamentale di Bauman, la probabile fonte ideale della sua parola, ecco il suo invito).]


5 gennaio 2017

Linguistica candida (42): Un latino, oggi, di secoli bui

Ci sono epoche (e possono durare secoli) le cui testimonianze scritte finiscono per attestare solo fenomeni linguistici peregrini o una morta fissità dell'espressione. Per il resto, tali testimonianze hanno scarsa o nulla rilevanza e, bene che vada, forniscono materia a ricerche filologiche il cui pregio formale (che, si badi bene, può essere grandissimo) capita sia inversamente proporzionale alla qualità dell'opera che traggono dalle tenebre di un meritato oblio. 
Chi ha pratica di studio della catastrofe del latino lo sa bene e ci sono peraltro opere sul destino di quella lingua che, a chi l'avesse dimenticato, si sono incaricate di ricordarlo. Anche di recente, con il pretesto di tracciarne una storia sociale, rimestandone meritoriamente l'innumerevole ciarpame.
Ebbene, Apollonio ha l'impressione che sia di tal genere l'epoca che sta vivendo, con un quadro peraltro aggravato dalla gigantesca opportunità di conservare ogni genere di scritto, anche il più effimero. Ma non di questo è qui il caso (e a esserne investito sarebbe ovviamente anche il presente diario). 
Il caso è qui, al contrario, di quelle testimonianze scritte, per esempio nell'area della scienza linguistica, ma anche di altre discipline e della letteratura, che aspirano di diritto a conservabilità e memorabilità. E capiterà, si augura a esse, che tale diritto sia opportunamente rispettato e che divengano testimonianze della fase di una civiltà.
Scritte però in un latino bastardo e universale, Apollonio formula l'ipotesi che, si ponga, tra mille e cinquecento anni, verranno utili agli studiosi (se studiosi di simili sciocchezze ci saranno) non per ciò che dicono (tratto che già adesso pare, a dire il vero, di scarso rilievo), ma, ben che vada, solo perché vi troveranno attestazioni di fenomeni linguistici peregrini o di quella morta e sterile fissità che oggi si riconosce nel latino di secoli bui. 

20 dicembre 2016

Bolle d'alea (22): Dürrenmatt

"Non è mai lecito smettere di figurarsi il mondo come fosse il più ragionevole".

È un concetto di Friedrich Dürrenmatt (le sue parole: "Man darf nie aufhören, sich die Welt vorzustellen, wie sie am vernünftigsten wäre"). Con esso, Apollonio indirizza quest'anno il suo augurio a chi ne frequenta il diario benevolmente.
Una regola per l'immaginazione: è bello averla e condividerla, anche se è un po' amara. Qui si prova a praticarla, come si può e con un sorriso.

17 dicembre 2016

Scienziati e sacerdoti


Forse perché di gente che gioca a fare Dio, come i sacerdoti, ce n'è sempre già stata a sufficienza. Non dicevano così gli scienziati? O si è stati sciocchi a prenderli in parola e ciò che volevano era infine solo sostituire i sacerdoti in quel gioco?

14 dicembre 2016

Numeri (8): ...e generi


"Ogne scarrafone è belle a mamma soja", dice il motto napoletano. A credere ai numeri che mettono in evidenza le reti sociali, i generi presenti nell'adagio (se fosse possibile) andrebbero invertiti. 
Nelle reti sociali, infatti, sono assenti o quasi assenti le mamme che magnificano le doti dei loro pupi. Le pupe, invece, per i loro papà sono oltremodo geniali. Si tratti d'arte o di parola o d'arte della parola, esprimono se stesse in modo di norma memorabile. Di lì, in quadretti famigliari ad alto tasso di complicità, foto dimostrative e citazioni fulminanti. 
Tutte Atene nate da teste di Zeus, per dire così.
Se l'impressione è affidabile, se ne possono allora trarre due conclusioni paradossalmente concordanti, quanto alla prospettiva di genere. 
Primo, il numero di bimbe prodigiosamente intelligenti, almeno al momento, supera, e di gran lunga, quello dei bimbi intelligenti.
Secondo, il numero di papà irreparabilmente cretini supera, sempre al momento e ancora una volta di gran lunga, quello delle mamme cretine.
Sul medio periodo e probabilmente anche sul lungo, la combinazione dice ineluttabilmente segnato, quanto alle doti dell'intelletto, il futuro dei generi. 

12 dicembre 2016

Cronache dal demo di Colono (50): Il mestiere di Bob Dylan

"But, like Shakespeare, I too am often occupied with the pursuit of my creative endeavors and dealing with all aspects of life's mundane matters. «Who are the best musicians for these songs?» «Am I recording in the right studio?» «Is this song in the right key?» Some things never change, even in 400 years. 
Not once have I ever had the time to ask myself, «Are my songs literature?
So, I do thank the Swedish Academy, both for taking the time to consider that very question, and, ultimately, for providing such a wonderful answer».
Uno splendido explicit, di verità ironica e irridente, per il Banquet Speech inviato da Bob Dylan in occasione della cerimonia di consegna del Premio Nobel. 
Ironico riflessivamente, con la sbardellata menzione del Bardo, e irridente, per la medesima ragione, non tanto nei confronti del pur paludato contesto, quanto in faccia all'uragano di chiacchiere che l'assegnazione del premio ha suscitato tra i letterati e i critici. 
E poi vero con il richiamo al mestiere e alle cose che non cambiano: le corvées di un mestiere e di chi un mestiere ce l'ha, profondamente radicato nel suo animo e inscritto nella sua vita. 
Cose autentiche, faccende pratiche. Sarebbe piaciuto a Primo Levi, il richiamo al mestiere. E gli sarebbe piaciuta oltremodo quella chiusura personale, d'ora in avanti memorabile: "Non ho mai avuto il tempo di chiedermi se ciò che ho scritto fosse letteratura".

Linguistica candida (41): Benessere e self help

Doveva succedere, prima o poi, ovvero The Medium is the Massage:







5 dicembre 2016

Cronache dal demo di Colono (49): L'Italia, un intero fatto di minoranze


La maggioranza degli Italiani, anzi, a essere precisi, la totalità degli Italiani è fatta di minoranze.
E tutte le minoranze italiane sono da sempre piuttosto soddisfatte, se non proprio felici d'essere tali.
È un dato antropologico di lunga durata, di cui il dato linguistico, come già Dante sapeva, costituisce la prova migliore. 
Oggi, nella placida Citera interiore di Apollonio, ne giunge una conferma approssimativa (come sono sempre quelle perturbate dalla vita pubblica, di norma molto fastidiosa, nelle sue manifestazioni). 
Sopra il dato linguistico e antropologico varrebbe ancora la pena di riflettere. Sembra però che non ce ne sia più il tempo, perché il mondo banale, quello in cui ci sono minoranze e maggioranze semplicemente distinte, si è messo in modo da non tollerare le eccezioni. 
E, sia detto senza compiacimento, ma come un lamento trattenuto, l'Italia è un'eccezione da qualche millennio. Quindi non solo è un'eccezione la sfoglia sottile dell'Italia politica (un'eccezione sin dal principio molto mal concepita), ma lo è anche e soprattutto l'Italia come l'hanno fatta (Italiani inclusi) storia e geografia, con un lavorio appunto millenario. 
Di tale eccezione italiana, quando è d'umore dubbio, Apollonio pensa che saranno gli storici ormai ad occuparsi, almeno quelli con interessi per culture scomparse (e per essi prova a provvedere le piccole testimonianze che sa e può, perché non prendano fischi per fiaschi). 
Quando è di buon umore, invece, pensa, sorridendo, che un mondo che non tollera le eccezioni è talmente cretino, come mondo, da non avere speranze di un qualsiasi futuro, malgrado ne millanti di magnifici e progressivi. E che quindi a un mondo cretino del genere mancherà il tempo di cancellarle, le eccezioni, che in maggioranza sono anch'esse cretine, ma hanno il pregio di non esserlo proprio tutte. Insomma, che, come sempre, un'eccezione ci salverà. 
Così andasse, la dolce sofferenza che gli Italiani provano nell'essere ciò che sono, il loro vizio assurdo d'essere, in maggioranza o, forse meglio, nella loro totalità, italiani di minoranza, continuerà a deliziarli in molti futuri presenti.

3 dicembre 2016

Scuola e società, ma solo per ischerzo e su richiesta di un lettore affezionato

La scuola (dire moderna suonerebbe ridondanza: quella precedente non ha qui pertinenza) aderiva ovviamente alla società utilitaristica che l'aveva espressa, come istituto correlato ma separato. Le forniva infatti un supporto importante alla formazione delle competenze necessarie all'operare dei suoi diversi strati (dai mestieri alle professioni, dai ceti burocratici a quelli dirigenti). Un supporto importante ma non esclusivo. Bimbe e bimbi, adolescenti e giovani, si pensava, avrebbero avuto in seguito il loro tempo per vivere la società e alla loro vita dopo la scuola si riteneva spettasse (come è indubitabile) il resto della loro formazione. Dura formazione. Ed eventualmente contraddittoria. Ma la contraddizione, appunto, era ancora messa nel conto e che la scuola stridesse un po' con il resto della società veniva tenuto come inevitabile.
In quella società, la scuola era insomma una sorta di "epochè", con la correlata sospensione del tempo (sospensione pedagogicamente adatta alle età umane coinvolte). Si trattava, ovviamente, di un'ideologia. Ma c'è istituto che non sia retto da un'ideologia? L'esistenza della scuola era pertanto considerata un valore in se stessa. La scuola era sì utile, ma era esempio lampante di quella eterogenesi dei fini che un pensiero maturo correla sempre all'attività umana. 
In essenza, la scuola era posta, appunto ideologicamente, al di là del criterio di utilità. Pur imponendosi largamente in quella società, questo lasciava ancora spazio a disomogeneità, almeno di pensiero. La scuola viveva in questo spazio di parziale disomogeneità. Operava nell'area del progresso generale dell'umanità, così si credeva o si faceva sembiante di credere, e la faccenda era regolata. Anche l'animo del capitalista più rapace era sedato, in proposito, magari dalla prospettiva di un'utilità differita.
In tutto ciò, c'era naturalmente quel fondo di ipocrisia che fu tratto tipico della borghesia tanto montante quanto montata in sella, quando pensò che bastasse demistificare la rappresentazione che reggeva l'antico regime per accedere a un universo di fatti autentici. La paideia che veniva praticata nella sua scuola valeva tuttavia ancora in parte come rappresentazione e ciò, di nuovo, la faceva un po' discosta dalla società, mondo dei crudi fatti e delle utilità. Con il suo essere una parentesi, la scuola riusciva allora a prospettare valori eventualmente disomogenei (dire alternativi, sarebbe troppo) a quelli della società che l'aveva generata e la nutriva, come monito e sottile contraddizione.
Fosse consapevolezza dei limiti di tali valori e quindi del fatto che essi non esaurissero l'umano, fosse al contrario segno che li si teneva come abbastanza forti da sopportare che altri ne circolassero (pur in limiti temporali ristretti ma decisivi, come quelli dell'infanzia, dell'adolescenza, della giovinezza), fatto sta che alla scuola (come del resto a non pochi altri istituti sociali) non si chiedevano rendiconti estranei alla sua separatezza, in un regime di relativa autonomia. Tutto ciò, sempre più stancamente, fino verso la fine del Secolo breve, quando la contraddizione tra scuola e società, divenuta un po' troppo stridente nell'Occidente capitalista, produsse un'esplosione effimera ed essa stessa contraddittoria. Fu il cosiddetto Sessantotto, con i suoi cascami, in maggioranza deteriori (ancora un esempio di eterogenesi dei fini, in senso opposto a quello precedentemente menzionato).
In Italia, si parla tanto, in questi ultimi tempi, del liceo classico e della sua sorte. Esso fu a lungo esemplare del quadro pedagogico e ideologico che si è appena tratteggiato (né stupisce se si pensa a chi ne tracciò le linee educative). Non ne era il solo esempio, tuttavia. Un po' di liceo c'era infatti in scuole di ogni ordine e grado, dalle elementari all'università e al di là delle caratterizzazioni anche specificamente professionali delle didattiche che vi venivano praticate. C'era tutte le volte che di un impegno di studio non ci si chiedeva appunto a cosa servisse, se fosse utile o inutile, ma lo si prospettava come iscritto in un sistema diverso da quello dettato dall'utilità, secondo il principio appunto che l'umano (anche l'umano applicato alle tecniche, senza escludere le filologiche) trascende l'utile. 
Del resto, per venire al caso specifico del greco e del latino, indurre conoscenze filologicamente fondate di un passato, peraltro remoto o remotissimo, non era forse un modo per relativizzare il presente e le sue utilità, qualsiasi presente sociale e ogni idea correlata di utilità, e per porre ogni cosa sul metro di ponderate  e sagge valutazioni millenarie? Per i commentatori più pensosi, latino e greco sono invece ridotti ad "asticelle". Con altri contenuti didattici (ma didattici, a questo punto?), "asticelle" da innalzare (ma se ne è appunto all'altezza?) per essere sicuri che gli stupidi da inserire nei cicli di riproduzione ideologica e di produzione materiale siano i più bravi a saltare a comando, come bestie da circo.
Ora dica ad Apollonio, affezionato Lettore che gli ha chiesto d'essere meno implicito in proposito, se l'odierna società Le pare adatta a tollerare un'attitudine diversa da questa, dalla scuola cui peraltro lesina i mezzi. Dica se il becero utilitarismo sociale che impera (venduto talvolta come divertimento, anzi, in questa fase, soprattutto come divertimento) Le pare compatibile con disomogeneità e contraddizioni. Dica se, dietro i vacui moraleggiamenti con cui si stordiscono gli sciocchi e gli sciocchi si stordiscono, è oggi possibile concepire (anche ipocritamente) l'esistenza di una scuola che trascenda il criterio di utilità e di un'utilità immediata e si incardini in quello di umanità. "Spendibile" è l'attributo che ormai si correla d'elezione alla formazione scolastica, cui si chiede appunto d'essere "spendibile".
Una società che subordina la scuola all'utilità, che chiede alla sua scuola di dimostrare di essere utile perché, diversamente, non può permettersela, è però perlomeno onesta. Dice le cose come stanno, di se stessa e della sua scuola. Se una scuola diversa, modicamente diversa da se stessa, una società del genere non può permettersela, vuol dire che semplicemente non la merita. E una scuola umana, come la voleva Wilhelm von Humboldt, una scuola non da "caporali", produttrice di bestie ammaestrate, creda ad Apollonio, non è la sola promessa che il Moderno nascente fece a se stesso e che, al di là di molte cattive o cattivissime riuscite, il Moderno putrefatto dice o dimostra di non potersi permettere, neppure come promesse. La sola domanda che sa fare, in proposito, e che delimita il suo orizzonte miserabile è infatti "A cosa serve?". Passando da tale porta, si spinge persino a dire, per voce di suoi esponenti molto illuminati, che ci sono, utili per questo, anche belle cose inutili. Non la sfiora nemmeno il pensiero però ci sia qualcosa in funzione della quale la stessa opposizione tra utile e inutile possa non essere pertinente.
La società che ci sta capitando di vivere è del resto solo una società di poveracci e di servi, servi e poveracci di gran successo inclusi. 
Si continuerà a chiamarla come si vuole, la scuola utile di questa società di servi e di poveracci, anche liceo classico, ma la si è già completamente perduta. I nomi restano (Apollonio altre volte l'ha osservato) a designare, nel mondo, cose diverse.

2 dicembre 2016

Vocabol'aria (18): "Post-truth"

Propalata di continuo in modo malandrino e quasi universalmente accolta senza il minimo vaglio critico, se fosse già post-verità la credenza non solo che la verità esista (cosa di cui è invece lecito dubitare) ma che, come verità indiscutibile, stia lì, unica e fresca, pronta a essere colta, facile e a portata di mano? 
Con logico candore, che la balla per eccellenza sia proprio questa lo rivela il nome stesso, post-truth, che si è dato al fenomeno. Basta che si osservi tale designazione controluce, per vederne la trama. Se non si fosse avuta la faccia tosta di spacciare qualcosa come verità, se non si fossero assuefatti i clienti a tale credenza, con dosi sempre più massicce di verità acquisite, il post non sarebbe mai venuto. Tutti si sarebbe ancora alla ricerca. E fanno sorridere i commenti pelosi e interessati che alla questione vanno adesso dedicando non pochi tradizionali confezionatori professionisti di tale post-verità. 
Nuovi venditori prosperano oggi nel mercato in cui si vende la verità, cioè nel luogo materiale e morale in cui della verità si è fatto e si fa mercato. Accusano i vecchi venditori d'essere truffaldini e i vecchi ricambiano l'accusa. Palesemente, i nuovi sono dei contaballe e degli scalzacani. Per paradosso, sono più autentici, come falsi. 
L'ormai molto usurato doppiopetto, il camice bianco piuttosto bisunto coprono male l'ipocrisia dei vecchi, ammesso l'abbiano mai fatto. E appunto non c'è più monopolio nell'uso dell'avverbio "oggettivamente" o di espressioni equivalenti ("lo dicono i fatti", "lo dimostrano i numeri", "il dato è inequivocabile", "serve per...", "bisogna senza ombra di dubbio...", "misure inderogabili" e così via). 
Della spudorata post-verità della verità, questa panoplia lessico-sintattica fu un dì spia e consacrazione, al tempo stesso. Continua a esserlo ancora adesso, solo che è abusivamente impugnata e maneggiata dal primo che passa, con scandalo di chi ne deteneva l'uso né si peritava di farne abuso. 
D'altra parte, distrutto, con la scusa che bisognasse modernizzarsi, l'arcaico bisogno di verità, che non si vuole certo dire fosse commendevole ma, fuori di certi àmbiti, era almeno contenuto, uno nuovo ne fu creato, qualche secolo fa. Tanto immane quanto vano, come bisogno, e di verità quasi sempre più che vane. 
Se non fosse stato creato tale bisogno e se alla creazione non avessero provveduto l'inganno da un lato, la dabbenaggine, dall'altro, chi si darebbe oggi pena di disporre sul tappeto le proprie mercanzie da quattro soldi nella piazza della sedicente (in)formazione?
La post-verità non è altro che la verità, tutta la verità del Moderno che, maturando, è giunta al suo stato di putrefazione. Non da oggi, però. Da gran tempo, anche se da oggi i tartufi, non essendo più i soli a produrla, fanno sembiante di accorgersene e ne menano scandalo.

18 novembre 2016

Come cambiano le lingue (17): "Opera d'arte" al "pomodoro"

"Pomodòro" - recita il Grande dizionario della lingua italiana di Salvatore Battaglia - "(pomidòro, pómo d'òro), sm. (plur. pomidòri, pomidòro, pómi d'òro, pomodòri)".
In fondo alla voce, caso mai ce ne fosse bisogno, visto che una volta tanto il caso è trasparente, si precisa: "Da pómo d'òro (la var. pomidoro è rifatta sul plur.)".
Evidente che il plurale pomodori fu, in origine, anch'esso un abuso. Tra i plurali possibili elencati dal lessicografo, è ricordato come ultimo, ma è il più popolare. Già più di mezzo secolo fa, Gerhard Rohlfs, annotava: "La lingua s'è decisa per pomodori". Da buon linguista, gli stava ovviamente a cuore descrivere e non stigmatizzare.
Pare adesso (Apollonio ne ha solo indiretta testimonianza) che una figura della vita pubblica italiana ai cui discorsi c'è oggi chi presta grande orecchio, da opera d'arte abbia tratto un plurale opere d'arti. Lo avrebbe fatto in una sua recente sortita fiorentina. E lo avrebbe fatto, si noti, non secondo il modello dell'abusivo pomodori, ma secondo quello, altrettanto abusivo, di pomidori. Ora, tra gli altri e soprattutto insieme con pomidoro, secondo il menzionato linguista tedesco, il plurale pomidori pare fosse, "notevolmente diffuso nel vernacolo toscano". 
C'è allora da chiedersi se, producendosi nel suo (si ribadisce, presunto) opere d'arti, l'oratore non abbia voluto sottilmente assicurarsi la benevolenza di un pubblico la cui competenza linguistica nativa forse include ancora pomidori: "se qui la gente pensa pomidori (ed è difficile non lo pensi, in questo momento), allora bisognerà dirle opere d'arti". Alternativamente, potrebbe essersi trattato di un caso di mimetismo linguistico. Il pomidori che stava evidentemente acquattato e per evidenti ragioni nella mente della platea, per le vie di una corrispondenza d'amorosi sensi, si è così riflesso in quel presunto opere d'arti sortito da labbra che, anche con questo dettaglio, si rivelerebbero tanto sensibili agli umori popolari: aleggiando silente, un pomidori ha finito per produrre un esplicito opere d'arti
Insomma, almeno per il linguista, che appunto non stigmatizza, ma osserva e descrive, c'è materia per riflettere. E la prima riflessione è la solita: pomodoro o opera d'arte, a mutare le lingue sono appunto gli abusi. La seconda è che ciò che è successo una volta, si può stare certi che succederà di nuovo. Se è autentico, l'opere d'arti di oggi ripete pomidori e potrebbe succedere che un (per il momento ipotetico) plurale operadarti un giorno verrà, sulla scorta di quel plurale pomodori di cui nessuno ormai mena scandalo e dal cui uso non si astiene, c'è da scommettere, nemmeno il più trinariciuto linguaiolo. 
Apollonio non può nascondere tuttavia ai suoi lettori che, mentre si dice cose del genere, tra il divertito e il sorridente, una preoccupazione lo invade.
Il periodico ritorno del modello di ciò che, come abuso, è già successo gli pare non riguardi solo la storia della lingua e i suoi cambiamenti, in fondo innocui, ma anche ben altro. E la faccenda linguistica, come una spia d'allarme che s'accede, prende, d'improvviso, i contorni per nulla rassicuranti di una vicenda che, come altre volte è successo e anche molto di recente, pare destinata a non fermarsi al sugo di pomodoro.

31 ottobre 2016

Cronache dal demo di Colono (48): Un classico

C'è chi vuole abolire il latino e chi no (il greco, quello, si è già abolito da sé). C'è chi difende un modello di scuola per l'Occidente e chi dice che, come modello, pare una sdrucita marsina un po' ridicola, ormai, e in ogni caso da rattoppare. C'è chi parla di fine del classico come metonimia e, come metafora, la butta sul potare. C'è poi l'intollerabile tropo sportivo dell'asticella. Bassa? Sono alti i lai. Alta? Ma dai... 
Chi sarebbe poi all'altezza di alzarla, l'asticella? Sbaglia Apollonio a sospettare che in coloro che rispondessero "io" il vertiginoso sentimento sarebbe chiaro indice che sono dei palloni gonfiati o (va detto, per correttezza di genere) delle mongolfiere?
Frattanto (e, a dire il vero, già da un po') ciò di cui si discute "non è più tra noi". Anzi, c'è il sospetto che la generazione (ideale, oltre che anagrafica) che oggi ne parla tanto e, pontificando, talvolta oppone il suo petto a difesa, talaltra arretra e, bontà sua, concede il passaggio a una storia che in realtà ha già sfondato le mura, ne parli come Omero faceva dei suoi eroi, Virgilio del suo Enea o Ariosto dei suoi cavalieri e delle sue donne: per fantasia e per sentito dire. 
Lo stesso accadrebbe ad Apollonio, del resto, se anche lui pretendesse di avere qualche indirizzo da dare, in proposito. Non ne ha invece, come è normale che sia, e pensa che sia doveroso non nasconderselo. Doveroso verso se stesso, sia chiaro.
La baruffa classicamente intellettuale e classicamente nazionale sul tema della scuola e del liceo classico che oggi riempie qualche pagina delle gazzette culturali, insomma, è tutta letteratura: di qual livello, giudichino i due lettori di Apollonio. Forse non lo biasimeranno però se, al confronto, dichiara in conclusione di trovare Ariosto più spassoso, Virgilio più commovente e Omero più sanguigno.