15 gennaio 2012

Trucioli di critica linguistica (6): Volkswagen



"Das Auto." Un'industria automobilistica che definisce e comunica la sua immagine con un simile payoff cavalca un movimento che aspira nuovamente all'assoluto e forse si propone di mettersi alla sua testa. È un'antonomasia e l'antonomasia è strumento linguistico (e quindi di pensiero) a fondamento d'ogni monoteismo. D'ogni attitudine ideologicamente totalitaria.
Se priva della capacità e della faticosa pazienza di cogliere sistemi di relazioni e di differenze, l'esperienza umana, nell'innumerabilità dei fenomeni, vaga nel caos. Il relativo vissuto degrada facilmente nello spregevole relativismo.
L'antonomasia reifica la reazione di sperduti impauriti e furbi intolleranti. Per antonomasia, una cosa diventa la Cosa. Un popolo, il Popolo. Un partito, il Partito. Uno stato, lo Stato. Diventa Dio un dio qualsiasi, che riesce a fare addirittura a meno del modesto utensile dell'articolo determinativo (ma certi privilegi non sono appunto da tutti).
Capita così di esperire molte auto, tanto più nel mondo globale. Una sola (e definita) è però "L'Auto.", col punto in fondo: cioè definitivamente. Le altre eventuali sono epifenomeni.
L'industria automobilistica che lo dice è tedesca. Ed è laconico il tedesco della sua quasi silente e, trattandosi d'assoluto, quasi inesprimibile e mistica comunicazione. È al tempo stesso risentita rivendicazione.  
Auto non ha frontiere linguistiche: è parola sovranazionale. Non è sovranazionale l'articolo determinativo. Di genere neutro, peraltro. Di conseguenza, ancora più marcato e particolare. Fuori dell'area in cui si scrive in tedesco, è altresì marcata l'iniziale maiuscola di un nome altrimenti comune ed è tipico artifizio segnalatore di valore antonomastico.
Tutto ciò (e altro qui taciuto, per non annoiare con ulteriori pedanterie i cinque lettori) si legge al fondo di un comunicato commerciale teletrasmesso (per l'Europa intera, c'è da supporre). In tale comunicato (e il suo presente tentativo di lettura, forse, annoierà meno da qui in avanti), c'è un paesaggio boschivo e fiabesco, come quello di una saga nordica, e una folla di piccoli ricci che corre a rifugiarsi in una sorta di tempio naturale, come per una funzione religiosa notturna.
Al loro cospetto, si manifesta, per obliqua illuminazione celeste, il simbolo che potrebbe pure essere una runa e che, dalla sua fondazione, identifica quell'industria automobilistica.
Come istituto morale, oltre che economico, l'industria in questione ha segnato i fasti dello sviluppo più feroce delle società di massa nel trascorso Novecento e ha accompagnato tali fasti fino ai loro esiti socio-politici più deliranti e appropriati, a quanto pare, al delirio del Moderno.
Ciò è d'altra parte iscritto per sempre nel nome proprio con cui fu battezzata dal suo fondatore. Auto vi si scopre essere riflesso di un'espressione linguisticamente nazionale: Wagen. E tale espressione si determina, nazionalisticamente, in funzione di una delle parole in cui l'ideologia e la falsa coscienza della Modernità tedesca si è espressa al meglio delle sue capacità: Volk, 'popolo'.
Adorate allora la Runa, folle timorate di piccoli roditori. A vostra difesa, gli aculei di un velleitario rifiuto sono inutili. Inutile è chiudervi a riccio. Ma non temete e fatelo con abbandono. La Germania ha sempre amato gli animali e oltremodo li ha amati proprio colui cui la grande industria automobilistica deve la sua esistenza: Adolf Hitler.
Se, incauti e inconsapevoli come bestioline, tornando dal rito di adorazione, vi capitasse di attraversare la strada alla Germania, alla sua Auto, alla sua Runa (che, illuminando la notte e fuori del destino umano, vanno meccanicamente avanti come devono), state pure tranquilli. Stavolta l'Auto, la Runa, la Germania sono anche tanto (ideologicamente) ben equipaggiate da riuscire persino ad evitare di schiacciarvi.

[A conclusioni più consolatorie, a proposito del medesimo comunicato commerciale, giunge oggi Arturo Carlo Quintavalle in un articolo sul supplemento domenicale del Corriere della Sera, ma i suoi lettori lo sanno: Apollonio fa del suo umor nero uno spasso].

2 commenti:

Vito Lucio Maria ha detto...

Nel tessere pregiato spasso dal suo umor nero, Apollonio non può però nascondere del tutto un impulso etico, d'umanità a volte toccante,
In questo frustolo ne è disvelata la dominanza.

dascola ha detto...

Bellissimo, letto con spasso, pirandello si è svegliato per leggerlo?